
Chiar.mo professore, Ella è fra i miei più tenaci oppositori. Se la democrazia non è vuoto nome, consenta questa mia difesa e ne renda partecipi tutti perché possano emettere un equo giudizio. Senza pressioni di sorta (a lei certo non sfugge che ho protettori in alto, molto in alto, e che potrei demagogicamente ricorrere ad un ricatto: se fossi eliminata, quanti lavoratori sarebbero ridotti sul lastrico? quante case farmaceutiche chiuderebbero i battenti? quanti dottori vedrebbero paurosamente deserta la sala d’aspetto?). E senza piccine rivalse (non le dico, per esempio, che potrebbe appuntare gli strali contro i miei degeneri parenti, lo smog e il petrolio, o la mia turpe matrigna, la droga, che insozzano il corpo e lo spirito senza porgere alcuna consolazione).
Ella, professore, è evidentemente insensibile alle mie grazie: non la turbano la snella figurina, il candido velo, i vezzosi buccoletti azzurrini; non cede al mio ovattato stivaletto e neppure mi degna di una sbirciatina quando mi sporgo dalla tonda loggetta.
No, non può essere insensibile: teme soltanto le conseguenze di un’effimera ebbrezza: teme che il cuore le tumulti nel petto, che si spenga la voce nella gola ardente, che le ronzino gli orecchi, che il pallido volto stilli di sudore. Ma son questi gli effetti di amore, come ammonisce la divina Saffo: ogni amore è sofferenza: nessuna gioia è concessa, che non sia velata di pianto.
Ella ribatterà che il pianto non la tocca, dal momento che rifiuta le gioie che ne sono la causa. Ma le ha valutate le gioie?
Scivolo leggera dall’alcova colorata e mi svelo in tutto il mio fascino. Disfatta dai baci, dopo pochi minuti – anche un solo momento, se il desiderio brucia – mi offro ancora, intatta e sorridente: ogni volta risorgo più splendida dalle mie ceneri.
Sono l’amante, e la sorella, la madre: Nicot volle che in me, nel mio soffice scrigno, fosse racchiuso l’eterno femminino. Io conforto l’attesa, freno l’ansia, stimolo il coraggio; sono la musa degli artisti, la consolazione degli afflitti: sono l’estremo desiderio. Al mio bacio aspira il condannato a morte per soffocare, nelle voluttuose spire, l’ultimo palpito del cuore.
Non altro (e quanto avrei da dire!). Le rammento soltanto che, schivandomi, Ella offende la mia vanità; calunniandomi, offende la mia dignità: in questo caso, se persistesse, sarei costretta ad adire le vie bronchiali.
Sua (anzi, non sua).
Sigaretta
Ella, professore, è evidentemente insensibile alle mie grazie: non la turbano la snella figurina, il candido velo, i vezzosi buccoletti azzurrini; non cede al mio ovattato stivaletto e neppure mi degna di una sbirciatina quando mi sporgo dalla tonda loggetta.
No, non può essere insensibile: teme soltanto le conseguenze di un’effimera ebbrezza: teme che il cuore le tumulti nel petto, che si spenga la voce nella gola ardente, che le ronzino gli orecchi, che il pallido volto stilli di sudore. Ma son questi gli effetti di amore, come ammonisce la divina Saffo: ogni amore è sofferenza: nessuna gioia è concessa, che non sia velata di pianto.
Ella ribatterà che il pianto non la tocca, dal momento che rifiuta le gioie che ne sono la causa. Ma le ha valutate le gioie?
Scivolo leggera dall’alcova colorata e mi svelo in tutto il mio fascino. Disfatta dai baci, dopo pochi minuti – anche un solo momento, se il desiderio brucia – mi offro ancora, intatta e sorridente: ogni volta risorgo più splendida dalle mie ceneri.
Sono l’amante, e la sorella, la madre: Nicot volle che in me, nel mio soffice scrigno, fosse racchiuso l’eterno femminino. Io conforto l’attesa, freno l’ansia, stimolo il coraggio; sono la musa degli artisti, la consolazione degli afflitti: sono l’estremo desiderio. Al mio bacio aspira il condannato a morte per soffocare, nelle voluttuose spire, l’ultimo palpito del cuore.
Non altro (e quanto avrei da dire!). Le rammento soltanto che, schivandomi, Ella offende la mia vanità; calunniandomi, offende la mia dignità: in questo caso, se persistesse, sarei costretta ad adire le vie bronchiali.
Sua (anzi, non sua).
Sigaretta
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